Estratti da Porcahontas & (S)mascarado

PORCAHONTAS

«Ehi, viso pallido!» Parli del diavolo... «Ce l’hai una penna?»
Sicuro sul proprietario della voce all’entrata, Tobia indirizzò dapprima gli occhi sul vasetto di biro appoggiato sul bancone, poi fu costretto a sollevare lo sguardo, perché in quei nanosecondi la richiesta gli era parsa strana. In casa non ne aveva manco una? «Una penna?»
«Una piuma da appiccicare sulla parrucca, sì.» Luca aveva un sorriso da reggersi le mutande. Denti perfetti e bianchissimi, e labbra da mordere. Il problema era la faccia complessivamente da schiaffi. «Almeno quella...»
“Almeno.” Ancora non doveva essergli andata giù la faccenda della lunghezza della parrucca, quasi ci fosse un freudiano doppio senso pure in quello. Ed era stato difficile, difficilissimo, convincerlo che sarebbe stata un’assurdità tingere di nero una chioma verde lunga fino a piedi che, giorni addietro, aveva pagato una fortuna per gli ordini di Lucca Comics & Games 2014. Sperava di venderla presto, data la quantità di richieste dell’anno precedente. Non s’intendeva di fumetti giapponesi, non ricordava quale personaggio la indossasse, comunque per Pocahontas sarebbe stata di sicuro troppo lunga. Ma lui era PoRcahontas, già.
«No» si limitò a replicare, laconico. «Non ho una penna.»
«E allora dove la trovo?» Velocissimo. «Il laboratorio ce l’ha di struzzo.» E che ne sapeva lui? «Ma poi mi ce l’attacchi te?»
«Che piume vuoi?» si percepì antipatico da solo, per il tono con cui aveva risposto. «Il negozio di giocattoli ce l’ha?» proseguì in maniera più accomodante, chinando il capo leggermente in avanti.
«Di falco, no?» Ovvio. Gli indiani.
«Cerca online, semmai poi ci penso io» suggerì Sonia dal retro. «Però secondo me sta meglio senza, nemmeno Pocahontas ce l’ha.»
«Pocahontas non ha neanche le zeppe di quindici centimetri» bofonchiò Tobia, abbassando lo sguardo per finire di preparare la cassa. «Strano che non abbia scelto un tacco ventidue.»
«Tempo fa ho provato quelle dei cinesi, ma non mi reggono, e si rompono, se ci ballo per troppo tempo.» Arricciò il naso, tentennando il capo. «Sai, nascono per le donnine, e anche se non sono Rambo potrei tenerle solo per poco prima di cambiarmi subito costume.»
Quell’affermazione spinse Tobia suo malgrado a scrutare di sbieco il fisico asciutto ma atletico che con un tacco ventidue avrebbe raggiunto i due metri e dieci, se non di più. «E, dato che non devi sparare ai vietcong ma ballare coi lupi, cercherei di essere più coerente.»
«Lo sai che m’ha preparato lo zio Renzo?» Lo zio Renzo doveva essere uno dei parenti da parte della madre. A quanto aveva intuito, era la metà di famiglia con cui Luca andava più d’accordo. Ma l’attenzione di Tobia fu catturata da Luca che avanzava con comodo, evidentemente poco propenso ad andarsene. Odiava il modo in cui quel ragazzo riusciva a indossare una maglietta e un paio di pantaloni di second’ordine come se fossero stati un completo da sera. Tutto il contrario di lui. «Quello che intrallazza al Carnevale di Viareggio!» insisté, come a sottolineare il fatto che stavano per intraprendere un’intera conversazione.
«Ho capito.» Tobia annuì, rassegnato. «Che t’ha preparato lo zio Renzo?»
«La canoa di cartapesta!» ribatté l’altro, trionfante, spalancando gli occhi nei suoi. «E anche un alberello e un masso finto.» Se non altro, gli era passata di mente la penna. «Oggi faccio un giro per trovarmi un procione di peluche.»
«Fantastico!» replicò, con un sorriso ammezzato di scherno. «Ti mancano solo i pesci e i castori che ti ballano intorno.»
«Quante bestie ha zio T...»
«Dai, Luca!»
«... ia-ia-o» continuò a canticchiare l’altro. Se si metteva a tirare battute sugli uccelli era la fine. «No! Me lo fai il ballerino vestito da cow boy?»
Cosa? Cercò di lanciargli un “Ma sei scemo?” solo con lo sguardo, poi tagliò corto con un: «Non so ballare.»
«T’insegno io» mugolò Luca.
«Non ho tempo.»
Continuando a salterellare sul posto in quel modo gli avrebbe fatto venire il mal d’auto. Quella maglietta e quel paio di pantaloni di second’ordine...
«È divertente!»
Inutile spiegargli che non lo era affatto. «Non c’erano ancora i cow boys ai tempi di Pocahontas, men che mai i Village People, e di sicuro conoscerai qualcuno adatto a prestarsi al gioco più di me.» Sperò che intuisse l’antifona. In tutti i sensi.

(S)MASCARADO

«Io non so cosa è successo in frattempo.» Spalancò gli occhi nei suoi, che si incupirono. «Lui chiama veloce in questi giorni o manda messaggi.» Già buono, visto che finché si mascherava pure con lui si limitava a far apparire “Numero privato.” «Ma chiede solo come estò, non dice de cose sue.» Lo sguardo di Iacopo era sempre più cupo e a Nuno non piaceva per niente. «Te sai qualche cosa che io non so.» Fu la repentina conclusione. Prese un sospiro d’affanno a bocca spalancata e lo pregò: «Dimmelo!»
«Nulla di particolare.» Iacopo alzò le sopracciglia e scosse il capo, tuttavia Nuno notò che quello sguardo cupo si era appena distolto. «Pensavo a una cosa che mi ha raccontato Matteo, una cosa che gli è capitata in negozio stamattina.»
«Che t’ha detto Matteo che non ha detto a me?» Ecco, quello doveva essere messo subito in chiaro: se Iacopo si trombava Matteo, se addirittura lo amava, onore al merito, il migliore amico rimaneva lui, ed era assolutamente fuori discussione che lo tagliassero fuori per un qualcosa che di sicuro lo riguardava da vicino. Poteva essere persino la fine del mondo! Ma si scherza? «Che è successo esta mattina?»
«Sono arrivate delle clienti.» L’altro gesticolò a vuoto, quasi stesse srotolando la matassa di quel casino. «Che però pare non fossero delle vere e proprie clienti, e difatti erano...»
«Erano?» lo incalzò, dipanando a sua volta a vuoto.
Iacopo prese fiato, poi sbottò: «Fan.» Annuì a se stesso. «Erano delle fan.»