Estratti da A qualcuno piace tiepido

8 marzo 2015

Correre! Correre! Non bastava che lo avessero chiamato all’ultimo momento in sostituzione di un maledetto brasiliano che si era ricordato di dare buca in extremis per andare a sculettare sul palco del fidanzato popstar, ma, nel parcheggio davanti ai locali del litorale versiliese, Sasha aveva pure incontrato il suo ex, cioè suo fratello, cioè il suo ex che non era affatto suo fratello e, non ricordava nemmeno come, si erano messi a litigare per quella vecchia storia che l’aveva costretto ad andarsene di casa sette anni prima. Non si vedevano da allora. Proprio adesso doveva incontrarlo?
Cazzo!
Prendere fiato. Uno, due, tre!
Attraversò trafelato la via, il borsone in mano, nel buio illuminato dai lampioni e dalle insegne, cercando di non farsi mettere sotto da qualche automobile, e si lasciò alle spalle il ristorante dove il damerino figlio di papà si sarebbe travestito da donna con le sue ‘amiche’ per far ridere comitive di femmine festose. Tipo quelle che avrebbe dovuto allietare lui. Per quanto in modo assai diverso. Poi s’imbucò nell’entrata sul retro del night, che quella sera cominciava gli spettacoli ben prima della mezzanotte. Sempre per via delle donne a cena.
Aveva solo pochi minuti di tempo per vestirsi da 007 e saltare in perizoma sulle portate di qualche casalinga in libera uscita. Salutò in fretta e furia alcune facce note nel corridoio, sbatté una spalla di qui, una ginocchiata di là, poi individuò un micro-camerino libero che un collega gli stava indicando, e si chiuse dentro.
Un respiro profondo.
Lo specchio, nel caos appiccicato di sedie e scatole del minuscolo ambiente, gli rimandò l’immagine del furioso cosacco della steppa che quella stronza di sua madre, che non era affatto sua madre, odiava tanto: alto, scuro, con gli occhi felini e l’aria di quello che potrebbe essere, al più, il nemico giurato di 007.
Avrebbe voluto avere il tempo per pensare a un sacco di cose, in quel momento, tornare indietro, discutere meglio, guardare Ivan ancora un po’... anche solo per prenderlo a pugni, ma non c’era tempo.
La vista del borsone azzurro appena lanciato a terra gli fece trarre un altro profondo respiro, stavolta più doloroso. Nel caos del velocissimo battibecco, gli aveva fatto bene e male al tempo stesso notare che pure Ivan conservava ancora il suo. Glieli avevano regalati uguali tanti anni addietro e, chissà perché, anche l’altro lo aveva serbato, per quanto altrettanto consumato.
Si riscosse e si chinò per aprire, rapido, la cerniera.
E rimase di stucco.
Afferrò fra il pollice e l’indice, quasi si fosse trattato di materiale infetto, un boa di piume di struzzo azzurre. E più sotto. Scavò. Col batticuore.
Una parrucca turchese. Un’imprecazione. Zeppe irraggiungibili. Aria che sibilava tra i denti. Un vestito disgustoso di strass e tulle in tinta con la parrucca. Una smorfia. Un cd non originale con una scritta nera sulla cover pasticciata a mano: “Romina Power - Il Ballo del Qua Qua.”
Figlio di puttana...
Quei travestiti l’avrebbero pagata cara.
Ma lui non gliel’avrebbe data vinta.
L’orologio stava correndo oltre lo sforzo di creatività.
Mamma papera e papà...

Nello stesso momento, al ristorante di fronte

«Non siete normali.»
«Tesoro...» mugolo Roberto, onore al merito, Marilyn Mon Rot – “Mio rutto, caro…” – che già aveva iniziato a spiaccicarsi il trucco sul musetto da schiaffi. «Non credi anche tu che sia arrivato il momento che vi mettiate l’uno nei panni dell’altro?»
Ivan voltò il mento di tre quarti, falcidiandolo con lo sguardo. Li aveva presi per Jack Lemmon e Tony Curtis? «Non bastava in senso metaforico?»
«No.» Marilyn scosse il capo e prese fiato in maniera teatrale, mentre le strisce di cerone più chiaro sulle zone grasse creavano un effetto inquietante con le lenti azzurre e la testa pelata. «No» reiterò, semplicemente. Entro breve, l’amico avrebbe indossato la solita sottoveste di seta rosa e appestato il locale con Chanel n° 5, riproducendo in lipsynch il Kobra della Rettore, che nascondeva nelle mutande.
«Ci hai rotto le palle abbastanza con questa storia dei fratellini adottivi arrivati dalla Grande Porta di Kiev» sbottò Helen de Troyes, sistemando la testina di polistirolo con la parrucca bionda su una trave già piena di lampade e beauty case, dato che il ripiano del congelatore era stato cosparso di stoccafissi dalla signora del ristorante. «O la va o la spacca.» E si mise a canticchiare un motivo dei “Quadri da un’esposizione” di Musorgskij. Poi, con nonchalance, continuò a svuotare borse e borsette.
Lui no. Lui non sarebbe stato la classica, fine ed elegante Miss Piumetta quella sera. E con chi avevano intenzione di sostituirlo? Richiamare il make up artist che aveva appeso le zeppe al chiodo quando lui si era unito alle loro fila? Erano tutti più vecchi, di una decina d’anni. Però non potevano continuare a trattarlo come il ragazzino subalterno, assoggettato e incapace del gruppo.
«Ma cosa pensate di ottenere?» Davvero, non capiva. «Le cose semmai peggioreranno.»
«Okay.» Filippo tirò la tenda dello sgabuzzino incastonato nella cucina. Rumori di pentole e chiacchiere fra il cuoco e il cameriere. Riempiva quasi tutto l’antro in altezza, non per larghezza. O almeno non ancora, dato che il suo corpo sarebbe stato imbottito di gomma piuma per trasformarsi in Aristogatta, quanto gli zigomi ammorbati di lattice per farlo rassomigliare a Moira Orfei. Via il caschetto da nerd e la voce da muflone. Ma i dentoni sexy sarebbero rimasti. «Improvvisiamo uno sketch in cui spogliamo 007.»
Eh?
«Ma sei impazzito?»
«Impazzita, semmai, caro» nasicò acida, avanzando sinuosa. Già stava entrando nella parte di Duchessa. Quando amoreggiava con la fidanzata donna – consapevole e consenziente – pareva un maschio alpha delle caverne. La leader, la pragmatica e intellettuale del gruppo. «Ma no, è una serata particolare, e alle signore farà piacere il divertissement.» Poi gli sventolò un palmo contro, osservandogli il collo. «Le impronte di rossetto meglio stamparle prima.» E gli schioccò un bacio da lontano, col gesto delle labbra.
Cioè... no. Non era possibile che intendessero quello. «Io non ho il fisico di Sasha.» Buttò lì, in corner.
«Che c’è che non va?» mugolò Duchessa, squadrandolo da capo a piedi. «Avete le stesse misure. Sei alto» enfatizzò. «Alto, bello, biondo. Stasera ti mancheranno giusto le puppe a pera.»
«Non ce la posso fare» mormorò, scuotendo il capo. E non sapeva perché, ma, in quel momento di caos, l’unica parte dello splendido corpo di Sasha che gli si parava davanti era quel tribale rosso sull’avambraccio che l’aveva sancito per sempre più vivo e vissuto di lui, per cui tutto era stato più facile. «Io non...»
«Biceee...» berciò Duchessa, sporgendosi di nuovo dalla tenda. «Portaci un fiasco bello pieno!»