Estratti da Mascarado

Il cantante mascherato è nostro concittadino

Il successo della popstar misteriosa del momento non si arresta. E il focolaio della febbre erotica potrebbe trovarsi nella nostra campagna...

Da Batman ai Kiss, quale ragazza non ha mai avuto fantasie erotiche su un personaggio mascherato?
In tempi di crisi, le illusioni dei palchi e della televisione non aiutano ad arrivare alla fine del mese. Il crollo dell’industria discografica stessa vede in pochi privilegiati usciti dai talent show gli unici musicisti che riescono a vivere del loro mestiere.
Ma i trend cambiano e muovono il mercato.
Per chi ancora non lo sapesse, la popstar del momento è un personaggio mascherato che canta di sesso. Non è frutto di un talent. Passando per il web, è partito dall’underground ed è arrivato in classifica con una major.
Eros - le fan di Ramazzotti si sono inalberate, ma con la sua consueta spavalderia e naturalezza lui ha recentemente dichiarato: “E in quale altro modo avrei potuto chiamarmi?” - usa con ironia suppellettili sceniche di foggia erotica, circondato da bellissime performer di burlesque. Indossa tute di latex e una maschera di silicone dai tratti di un bel giovane, ma i connotati non sono evidentemente quelli giusti, e label e management ne coprono per contratto l’identità a scopo promozionale.
Sarà giovane o vecchio? Bello o brutto? Gli piacciono gli uomini o le donne? Sicuramente è intrigante, audace e cerebrale, e il pubblico è già pronto ad accettarlo quale icona sexy, qualsiasi volto nasconda al di là della maschera…

***

«Voglio essere sincero, visto che tu hai sempre mantenuto il nostro segreto.» Nel dire così, Iacopo poggiò la bottiglia a terra; poi si voltò per mettersi a cavalcioni del muretto e guardarlo in faccia, e Matteo lo imitò di rimando, ma così, davanti a quella cavalcatura improvvisata, sentiva la tensione fra le cosce strizzarsi ancora di più. Qualcosa spingeva per estroflettersi contro i jeans, e dava molto, ma molto fastidio. «Ci ho ripensato tante volte, ma mai come pochi mesi fa quando ti ho incrociato per strada.»
«Da dietro.»
«Da dietro» confermò l’altro, sorridendo
«Sei in una crisi banalissima, falla finita.»
Iacopo alzò i palmi, scuotendo la testa con fare dubbioso e sgomento al tempo stesso. «E da quel momento non sono più riuscito a smettere di pensarci. Ho cercato informazioni per capire dove fossi e...» Ecco perché non era tanto sorpreso di trovarlo lì. Matteo non se ne capacitava. Tante seghe mentali e fisiche, e poi quello lo stava pensando da mesi, per non dire anni, e aveva pure chiesto informazioni su di lui. Infine si era lasciato trascinare di buon grado nel discorso, convinto che per Matteo non sarebbe stato un problema. Forse quella storia avrebbe potuto finire in maniera diversa se... «E mi chiedo in continuazione perché mi salutasti in quel modo e poi come se niente fosse...»
«Lo sai benissimo» quella volta lo interruppe lui. «Tu avevi già deciso di continuare a indossare la maschera, per me la faccenda era su un altro piano.» Non voleva dirgli proprio che aveva già una cotta per lui, ecco, ma fargli capire che la pensavano diversamente da quel tempo sì. «Eravamo due ragazzini.» Matteo scosse il capo, rivolgendogli un sorriso nostalgico, e poggiò a terra anche la sua bottiglia. Le avrebbe buttate l’indomani. «Io ho preso una strada, tu un’altra, chi più convinto, chi meno. Ora sei in crisi e vorresti toglierti lo sfizio perché non sei abituato alle sconfitte.» Matteo alzò le spalle, all’aria risentita di lui. «Ti sembra che sia solo una fantasia sessuale? Vogliamo scopare?» Il risentimento si trasformò repentino in disagio e stupore. «Andiamo su e scopiamo!» Gli rilanciò il sorriso da canaglia. «Oppure preferisci la moquette del negozio? Cosa vuoi sperimentare? Le palline anali o gli anelli per testicoli?»
«Io vorrei...» E, nonostante lo sguardo abbassato, Iacopo non si fece mancare l’ardire di infilargli un dito nella scucitura sul ginocchio dei jeans. O forse lo sguardo era basso proprio per concentrarsi su quel movimento, che gli procurò una scarica che lo costrinse a muovere i fianchi. Un altro gesto come quello e gli sarebbe saltato addosso.
«Però ti avverto che i giocattoli li ho solo in negozio.» Si portò una mano sul petto. Questo è un essere animato. Iacopo parve non capire, o forse sì. «Se vuoi scopare una volta, bene, due o tre già sarebbe un casino perché ho perso l’abitudine a mantenere i segreti.»
Come se la Dea delle mogli rompipalle si fosse risentita per quell’ultima esternazione, il cellulare di Iacopo prese a trillare proprio in quel momento, e il display dello smartphone che si cavò dalla tasca posteriore dei jeans mostrò la dicitura “Lavinia.”
E quello era solo l’antipasto di quanto avrebbe potuto accadere in futuro.
Chiacchiere stridule e indistinte dal dispositivo, e Iacopo che replicava: «Sono passato a trovare un vecchio amico.» Quelli come lui riuscivano pure a essere sinceri. «Ma sto rientrando, tranquilla.» Chiudendo la comunicazione, storse la bocca. «Non avevo fatto caso che fosse così tardi, e lei nel frattempo è rientrata.»
«Pensa se dovessimo scopare...»
Iacopo rise e gli rimandò un’espressione sognante che gli fece calare l’eccitazione e gonfiare il nodo alla base dell’esofago. «Però sono stato contento di averti infine parlato.» E quindi finisce qui? Improvvisamente non aveva più voglia di chiudere e lasciarselo scappare di nuovo. Fanculo alle auto giustificazioni! Poi Iacopo aggrottò le sopracciglia. «Com’è che loro il venerdì vanno a ballare e tu no?»
«Forse perché devo farti un corso di cucina alle otto e mezzo?» Socchiuse gli occhi e si morse il labbro inferiore. Ormai lo aveva detto.
«Affare fatto.» Iacopo scattò in piedi, per rimettersi il cellulare in tasca, e Matteo si ritrovò davanti qualcosa di invitante e ingombrante quanto quel qualcos’altro che premeva contro i suoi stessi pantaloni. Glielo aveva fatto apposta? E quelle cosce sode a cui aggrapparsi... «Solo per una volta, vero? Poi impari a cucinare di nascosto da solo.»
«Non posso saperlo finché non vedo come si fa e che sapore ha.» E, detto così, si chinò e gli afferrò il mento fra le mani per cacciargli la lingua in bocca. O questa? Una cosa rapida, per niente romantica come quella prima volta, oltretutto dolorosissima, per via dei pantaloni che stavano per scoppiare. No, non capiva un cazzo, o non ancora, in tutti i sensi. «A venerdì.»

***

Impalato nel suo sgabuzzino c’era il mascarado, e Nuno era in ginocchio davanti alle stringhe dei pantaloni di latex slacciate.
Cercò di raccapezzare le idee e si allontanò di qualche passo, provando a fare rumore con degli oggetti a caso per lasciare intendere agli altri due che si era spostato nella saletta adiacente.
Anche quello era in via di amicizia?
Be’, sì, poteva essere, però Nuno non gliela stava raccontando tutta e, sorpresa o non sorpresa, lui avrebbe voluto sapere a che punto fosse. Mica per niente, il negozio era suo.
C’entrava qualcosa?
Gli ritornava alla mente la maschera inquietante di Eros nella semioscurità. A ben pensarci, gli stava pure un po’ sulle palle. Alla razza della maschera e del tenersi nascosto, quello lì... altro che Iacopo!
Si rese conto dopo qualche minuto che i due non avevano la minima intenzione di uscire fuori e davano per scontato che lui li avrebbe assecondati nel portare a termine quanto iniziato.
Nell’udire dei gemiti, gli si pararono davanti non gli addominali con la spada tatuata che andava giù, giù, ma quelli di Iacopo, così si stirò i jeans sull’inguine, sentendosi scivolare il pacco verso la coscia. Diede un’occhiata fuori. Nubi e immobilità. Per la prima volta sperava che non arrivasse nessuno.
Quando Eros e Nuno uscirono dallo sgabuzzino, comprese che l’imbarazzo era più suo che loro, perché i due si salutarono come se niente fosse stato ed Eros lanciò un candido “Ciao! Ciao!” pure a lui.
Vai, vai che te la facciamo...
«Nuno!» sbraitò alla fine degli interminabili attimi di silenzio che trascorsero da quel momento a quello in cui l’auto di Eros si defilò al di là della vetrina. «Posso sapere cosa sta succedendo?»
«A me pareva claro.» Matteo tuffò la fronte in una mano. «Non sei contento?»
Si strinse nelle spalle e allargò i palmi. «Al giornale però vogliono la foto della faccia.»